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"Amor che move il sole e l'altre stelle"
Roberto Benigni. Un guitto che è passato da "Berlinguer ti voglio bene" a "il Pap'occhio". Da "che mi hai portato a fare sopra Posillipo, se non mi vuoi piu' bene" alla "vita è bella" a "Pinocchio". Una carriera trentennale da comico underground social-surrealista ad attore e regista capace, specie ne "La vita è bella", di esprimere poesia.
Come comico lo apprezzavo poco. Il mostro e Johnny stecchino riuscivo a vederne neanche metà senza sbadigliare. Mi sono sorpresa, e molto piacevolmente, quando ha dato vita a quel geniale capolavoro di comicità che è "Non ci resta che piangere" con l'indimenticato Massimo Troisi.
Un dono generoso alla commedia italiana piu' sottile e piu' esilarante. Figlia delle altissime opere di De Sica, il cinema italiano della "trovata", della battuta che strappa il riso improvvisamente, cinema con una grandissima tradizione a cui la "cultura"(si fa per dire) attuale raramente rende giustizia.
Insomma, da un certo momento in poi ho deciso di amare benigni. Nonostante "pinocchio" mi abbia entusiasmato poco. Stasera penso di aver avuto ragione di quella scelta. La lettura,anzi la recitazione, senza nessun gobbo, del paradiso di Dante, che Benigni ci ha regalato, con l'essenziale spiegazione sul pathos del racconto poetico che ci sta dietro, mi ha folgorato. Mi ha fatto amare molto la vita. E questo, in un momento difficile, sia personalmente, che epocalmente.
Qualcuno, tra le persone che hanno scritto al piccolo Tommaso, ha detto "scusaci per averti fatto trovare un mondo così brutto". Gli USA sembra vogliano usare l'atomica per levarsi dalle palle il problema iraniano. Se non lo faranno loro, si dice, lo faranno gli israeliani.
L'epoca degli hippy e dei Pink Floyd è lontana. La speranza, se non è morta, non sta per niente bene.
Io sono una filosofa chiaramente imbevuta di Nietzsche e della meraviglia della sua filosofia. Il mio amore di Nietzsche mi porta ad una posizione di anticlericalismo abbastanza radicale.
Ce l'ho con la costruzione che le chiese hanno elaborato dell'idea di dio, e alla fine, mi da' fastidio pure l'idea di Dio in se', perchè è deresponsabilizzante rispetto alla essenziale considerazione della nostra, personale, limitata, vita.
La lettura che Benigni ha offerto dell'ultimo canto del paradiso, mi ha messo in contraddizione.
Innanzitutto, imparare a memoria la lingua di Dante ed esprimere un intero canto senza sbagliare una sillaba, non è da tutti. In secondo luogo, entra così visceralemente nella bellezza della parola dantesca che sembra quasi di sentire la vibrazione del Poeta quando ha scritto quel canto.
Non ultimo, le parole con cui Benigni, magistrale, spiega quel che ha recitato. Racconta di aver capito che Dante "ha sognato per noi e ha fatto un sogno che durerà piu' a lungo di tutti i nostri giorni e tutte le nostre notti e i nostri sogni" e, dopo averci condotto per quel viaggio dall'oscurità alla luce, "non ci tradisce " ci racconta cio' che la favella è in grado di "dire" di Dio; Benigni dice "ce lo descrive".
La trasmissione della recitazione della divina commedia è stata un'esperienza di bellezza che dovrebbe essere replicata, spesso. Io stavo a cena con degli amici, e per tutta la durata della trasmissione, nessuno ha parlato, nessuno ha interrotto la concentrazione che richiamava, come un magnete psichico, la bellezza del verso dantesco.
Ha ragione Benigni, Dante ci ha regalato un sogno. E Benigni ci ha regalato il sogno di un sogno, spiegandocelo, condividendolo.
La televisione si è fatta veicolo della bellezza, dell'emozione, dell'idea dell' infinito che perseguita la storia della specie umana con la percezione del suo contrario.
E ho pensato che in fondo Nietzsche e Dante, con linguaggi diversi, nel nucleo, volessero significare le stesse cose. Perchè il mondo è sempre stato così, presso noi umani. Adesso è solo piu' su larga scala.
Sono grata a Benigni.
Qualcosa di bello però parla sempre un linguaggio universale. E cio' di cui parla, il contenuto, è sempre qualcosa che ha a che fare con la speranza.